Una creatura in formazione che segue chi è più VERO e cerca di richiamare chi ha ancora dei dubbi. Tutto con un senso, in un senso, nell unico senso
mercoledì 11 aprile 2018
SERVE anche LA RISSA tra SPIRITO e carne
No. L’Antico Testamento pone il fondamento per gli insegnamenti e gli eventi che troviamo nel Nuovo Testamento. La Bibbia è una rivelazione progressiva. Se si tralascia la prima metà di qualsiasi buon libro e si legge solo la fine, sarà difficile comprendere i personaggi, la trama e la conclusione. Nello stesso modo il Nuovo Testamento si comprende completamente solo quando è visto come l’adempimento degli eventi, dei personaggi, delle leggi, del sistema di sacrifici, dei patti e delle promesse dell’Antico Testamento.
Se avessimo solo il Nuovo Testamento, leggeremo i vangeli senza sapere perché i Giudei aspettavano il Messia (un Salvatore Re). Senza l’Antico Testamento, non comprenderemo perché questo Messia stava venendo (vedi Isaia 53), e non saremo in grado di identificare Gesù di Nazareth come il messia attraverso le molte profezie dettagliate che sono state fatte a Suo riguardo, come ad esempio il luogo della Sua nascita (Michea 5:2); la modalità della Sua morte (Salmo 22, in particolare versetti 1, 7-8, 14-18; Salmi 69:21); la Sua risurrezione (Salmi 16:10) e molti altri dettagli del Suo ministero (Isaia 52:19, 9:2).
Senza l’Antico Testamento, non comprenderemo le usanze Giudaiche che sono menzionate nel Nuovo Testamento. Non comprenderemo la perversione della legge di Dio operata dai Farisei che avevano aggiunto ad essa le loro tradizioni. Non comprenderemo perché Gesù si infervorò nel ripulire il cortile del tempio. Non comprenderemo il fatto che possiamo usare la stessa saggezza di Cristo nel rispondere a molti dei Suoi avversari.
I Vangeli e gli Atti degli apostoli nel Nuovo Testamento riportano molti adempimenti delle profezie che erano state scritte centinaia di anni prima nell’Antico Testamento. Nelle circostanze della nascita di Gesù, della Sua vita, dei Suoi miracoli, della Sua morte e della Sua risurrezione raccontati nei Vangeli, troviamo l’adempimento delle profezie dell’Antico Testamento riguardanti la prima venuta del Messia. Questi dettagli avvalorano le affermazioni di Gesù di essere il Cristo promesso. Anche le profezie del Nuovo Testamento (molte delle quali nel libro dell’Apocalisse) si basano su profezie precedenti fatte nei libri dell’Antico Testamento. Queste profezie del Nuovo Testamento riguardano gli eventi della seconda venuta di Cristo. Circa due terzi di tutti i versetti dell’Apocalisse sono basati su, o correlati a, brani dell’Antico Testamento.
Inoltre, la rivelazione nella Scrittura è progressiva, e quindi il Nuovo Testamento focalizza molti insegnamenti che erano solamente menzionati nell’Antico Testamento. Il libro degli Ebrei descrive il modo in cui Gesù è il vero Sommo Sacerdote e il modo in cui il Suo unico sacrificio sostituisce tutti i sacrifici precedenti, di cui erano solo figure. L’Antico Testamento dà la Legge, che ha due parti: i comandamenti e le benedizioni/maledizioni che derivano dall’obbedienza o la disobbedienza ai comandamenti. Il Nuovo Testamento chiarisce che Dio ha dato questi comandamenti per dimostrare agli uomini che avevano bisogno di essere salvati; non erano mai intesi come un veicolo di salvezza (Romani 3:19).
L’Antico Testamento descrive il sistema di sacrifici che Dio ha dato agli Israeliti come mezzo temporaneo per coprire i loro peccati. Il Nuovo Testamento chiarisce che questo sistema puntava al sacrificio di Cristo, e che solo il lui c’è la salvezza (Atti 4:12; Ebrei 10:4-10). L’Antico Testamento mostra come il paradiso fu perduto; il Nuovo Testamento mostra come il paradiso è stato riconquistato per l’umanità attraverso il secondo Adamo (Cristo) e come un giorno esso sarà ricreato. L’Antico Testamento dichiara che l’uomo è separato da Dio attraverso il peccato (Genesi capitolo 3), e il Nuovo Testamento dichiara che l’uomo può essere ristorato ed avere di nuovo una relazione con Dio (Romani capitoli 3-6). L’Antico Testamento predice la vita del Messia. I Vangeli fondamentalmente raccontano la vita di Gesù, e le Epistole interpretano la Sua vita e come rispondere a tutto ciò che Egli ha fatto.
Se avessimo solo il Nuovo Testamento, leggeremo i vangeli senza sapere perché i Giudei aspettavano il Messia (un Salvatore Re). Senza l’Antico Testamento, non comprenderemo perché questo Messia stava venendo (vedi Isaia 53), e non saremo in grado di identificare Gesù di Nazareth come il messia attraverso le molte profezie dettagliate che sono state fatte a Suo riguardo, come ad esempio il luogo della Sua nascita (Michea 5:2); la modalità della Sua morte (Salmo 22, in particolare versetti 1, 7-8, 14-18; Salmi 69:21); la Sua risurrezione (Salmi 16:10) e molti altri dettagli del Suo ministero (Isaia 52:19, 9:2).
Senza l’Antico Testamento, non comprenderemo le usanze Giudaiche che sono menzionate nel Nuovo Testamento. Non comprenderemo la perversione della legge di Dio operata dai Farisei che avevano aggiunto ad essa le loro tradizioni. Non comprenderemo perché Gesù si infervorò nel ripulire il cortile del tempio. Non comprenderemo il fatto che possiamo usare la stessa saggezza di Cristo nel rispondere a molti dei Suoi avversari.
I Vangeli e gli Atti degli apostoli nel Nuovo Testamento riportano molti adempimenti delle profezie che erano state scritte centinaia di anni prima nell’Antico Testamento. Nelle circostanze della nascita di Gesù, della Sua vita, dei Suoi miracoli, della Sua morte e della Sua risurrezione raccontati nei Vangeli, troviamo l’adempimento delle profezie dell’Antico Testamento riguardanti la prima venuta del Messia. Questi dettagli avvalorano le affermazioni di Gesù di essere il Cristo promesso. Anche le profezie del Nuovo Testamento (molte delle quali nel libro dell’Apocalisse) si basano su profezie precedenti fatte nei libri dell’Antico Testamento. Queste profezie del Nuovo Testamento riguardano gli eventi della seconda venuta di Cristo. Circa due terzi di tutti i versetti dell’Apocalisse sono basati su, o correlati a, brani dell’Antico Testamento.
Inoltre, la rivelazione nella Scrittura è progressiva, e quindi il Nuovo Testamento focalizza molti insegnamenti che erano solamente menzionati nell’Antico Testamento. Il libro degli Ebrei descrive il modo in cui Gesù è il vero Sommo Sacerdote e il modo in cui il Suo unico sacrificio sostituisce tutti i sacrifici precedenti, di cui erano solo figure. L’Antico Testamento dà la Legge, che ha due parti: i comandamenti e le benedizioni/maledizioni che derivano dall’obbedienza o la disobbedienza ai comandamenti. Il Nuovo Testamento chiarisce che Dio ha dato questi comandamenti per dimostrare agli uomini che avevano bisogno di essere salvati; non erano mai intesi come un veicolo di salvezza (Romani 3:19).
L’Antico Testamento descrive il sistema di sacrifici che Dio ha dato agli Israeliti come mezzo temporaneo per coprire i loro peccati. Il Nuovo Testamento chiarisce che questo sistema puntava al sacrificio di Cristo, e che solo il lui c’è la salvezza (Atti 4:12; Ebrei 10:4-10). L’Antico Testamento mostra come il paradiso fu perduto; il Nuovo Testamento mostra come il paradiso è stato riconquistato per l’umanità attraverso il secondo Adamo (Cristo) e come un giorno esso sarà ricreato. L’Antico Testamento dichiara che l’uomo è separato da Dio attraverso il peccato (Genesi capitolo 3), e il Nuovo Testamento dichiara che l’uomo può essere ristorato ed avere di nuovo una relazione con Dio (Romani capitoli 3-6). L’Antico Testamento predice la vita del Messia. I Vangeli fondamentalmente raccontano la vita di Gesù, e le Epistole interpretano la Sua vita e come rispondere a tutto ciò che Egli ha fatto.
lunedì 9 aprile 2018
E chi è Maria di Cleofa?
Io non conosco la Bibbia, anzi cerco chi la conosce per capire se questa MIA PRE-SENZA che SENTO, qualche volta ho visto, dove mi vuol condurre.
Per questo mi vesto da PRO-VOCATORE.
Ti ho solo inVITAto a rileggere quel che è scritto ed a giudicare da te stesso quel che poi hai scritto riportando quel che ha supposto un altro e non tu su questa spiegazione dei teli piegati.
E' pur vero che bisogna capire il greco e stare attenti alle giuste traduzioni (vedi l'induzione cambiata con l'abbandono avverso la tentazione). Per questo ti ho ABBA'DONATO. Per chi cerca di metterci uno contro l'altro. LA RISSA è contenta che ti ha tutto per te.
Ti inVITAi anche nei miei POSTi per nutrirci inSEIme di quello che tu SEI libero di GIU'dicARE.
Io cerco chi pro-voca il MIO ANGELO per poi poter anche io NUTRIRMI di quel che esce dalla bocca di un figlio di Dio (SPIRITO) e non dalla SARX creata per contenerlo.
Al pozzo di Giacobbe di certo era UNA DONNA, perché solo le donne potevano attingere acqua, in quanto vietato agli uomini. E' un mistero che l'uomo che seguirono per preparare la CENA per la Pasqua del Signore, che portava una brocca d'acqua.
Non so ancora se era Marta, per quella parentela verso quell'uomo di casa che Luca non menziona (parla solo di una sorella Maria).
Poteva essere Maria di Betania? Ma dubito che Lazzaro svolgesse faccende domestiche in casa sua. Faceva ben altro a Magdala.
ECCO questo è il MIO POSTo OGGI in ONORE della SANTA del Giorno.
mercoledì 28 marzo 2018
Giovanni era la spiga e l'uva ma doveva venire chi lo doveva macinare e pestare
Lo dice lui stesso di se stesso: "Io sono il pane della vita ... questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia (perciò non è la materia in se ma cosa nasconde: parte naturale e parte lavorata dall'uomo). Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo".
Anche i Giudei non capirono ... " Come può costui darci la sua carne da mangiare?" (ecco come può dividersi e rimanere nella sua carne e nel pane?). Gesù disse: "In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo (sapete chi è?) e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. (qui c'è anche il sangue cioè il paragone con il vino. COME il VINO e COME il PANE ... con s.o.s.stanza non solo naturale ma LAVOrATEA dall'umano). Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre (questo è importante per capire la decisione di venire a morire da uomo. Ripeto MORIRE e non vivere da umano). Così anche colui che mangia di me vivrà per me (dovremmo vivere noi stesi per LUI come LUI ha vissuto e morto per il PADRE). Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiate per poi morire senza conoscere la VERITA' di questa di MEnSIONe. Chi mangia questo pane vivrà in eterno".
venerdì 23 marzo 2018
AO c'OME AngelOAnonimO
Però ti sei sempre posto al tuo LI'MITE. Anche io ho cercato di PRO-VOCARTI, mami hai sempre DATO dell's'IGNORante.
Mi piacerebbe sapere il PARE-RE sulla una delle TESTe (FB) dell'inTERRA BEST-YA WWW (Ap 13).
O devo prenderti per il 16 in MATTeO 22 (o pazz') come il MIO S'ingnor?
Non mi è DATO dire di +.
A buon volere di i PRO-FILI ANOnomi, VERI VOLATILI DEI CIELI
martedì 20 marzo 2018
venerdì 9 marzo 2018
SU I.C.I. DIO
«nil facimus non sponte Dei»: «niente facciamo, se non su iniziativa di Dio». Per questo Catone, suicida per la libertà, sta a guardia del Purgatorio, in quanto suicidandosi «sponte Dei» (su iniziativa di Dio), Catone prefigura l’atto del Dio che consente in Cristo alla propria morte, del Dio che, per restituire agli uomini quella libertà che scavalca e mortifica la morte, si suicida in suo figlio.
Il tema del suicidio è, nella sua minacciosa ambiguità, un elemento portante della struttura teologico-giudiziaria della Commedia. Tutti sappiamo che i Suicidi sono puniti nel II girone del VII cerchio d’inferno, cerchio destinato ai Violenti. Notiamo subito che la collocazione dei Suicidi al secondo grado della sezione dei Violenti, cioè in uno spazio anulare più prossimo a Satana rispetto a quello riservato agli Assassini (dislocati nel I girone), e sottoposti a una pena più atroce, corrisponde all’articolo della teodicea scolastica in forza del quale, avendoci il buon Dio, nel crearci, affidati in primissima istanza a noi stessi (avendoci, insomma, rimessi alla nostra libertà), chi uccide sé consuma colpa più grave di chi uccide l’altro - anche se si toglie la possibilità della recidiva...
Dante sembra dunque attenersi, in materia di suicidio, ai capitolati di Tommaso d’Aquino. Ricorderete tutti la pena cui sono sottoposte le anime dei Suicidi: tramutate in cespugli, crescono di dimensioni e di legnosità a misura che le Arpie, mitologici piantoni del girone, spezzandone i rametti, li fanno sanguinare: condizione indispensabile al loro sviluppo e al loro uso di parola: queste anime dannate, infatti, indimenticabilmente “parlano sangue”. Dante è perfettamente atterrito.
E' molto noto che prototipo dei Suicidi è Pier de la Vigna, e che è lui a intrattenere Dante e Virgilio, lusingato dall’attenzione che gli prestano (dopo avergli, ovviamente, spezzato un rametto per consentirgli di parlare). Di questo Pier de la Vigna basterà ricordare come, cancelliere e protonotaio di Federico II di Svevia, predilettissimo dall’imperatore, fosse nel 1249 imputato di tradimento, incarcerato e accecato con un ferro rovente: e come, indignato, si fracassasse la testa picchiandola contro la parete della cella. Famosissima, la terzina in cui Pier della Vigna ragiona il suicidio con magistrale tortuosità:
L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.
Che qui e in tutto il discorso di Piero echeggi il repertorio di artifici retorici che impreziosì la prosa epistolare del cancelliere, è poco ma sicuro. Forse però nell’estrema perizia elocutoria della terzina, come peraltro in tutto il canto che le ruota attorno, oltre a dipanarsi un’esercitazione di mimesi stilistico-allegorica, si addipana – ed è questo che emoziona di più – l’inestricabile sofisma morale del suicidio: di un omicidio, cioè, che il colpevole pretende di legittimare nell’atto di compierlo, rinfacciandolo all’iniquità del mondo. Che poi – a giudizio di Dante – l’innocenza di Piero davanti agli uomini non attenua, anzi aggrava la sua colpa davanti a Dio, perché uccidendosi ha ucciso un innocente.
Naturalmente la pena dei Suicidi – il cui valore di contrapasso richiederebbe qualche ora – richiama numerosissimi precedenti classici: il III libro dell’Eneide, citato dallo stesso Virgilio, e una irrefrenabile serie di episodi delle Metamorfosi di Ovidio. Ma tutte le belle favole e immagini convogliate dalla fede consolatoria degli antichi nella ciclica rigenerazione del mondo naturale, appaiono nel bosco d’inferno rattrappite e sfigurate da una degradazione artritica senza remissione e senza ritorno.
Sul finire del canto (che è il XIII dell’Inferno) Pier de la Vigna espone il destino che aspetta le anime dei Suicidi quando avranno recuperato il proprio corpo nel giorno del Giudizio:
Come l’altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusta aver ciò ch’om si toglie.
Qui le strascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta.
Ecco: per i Suicidi, come per tutti i peccatori la cui colpa include l’immaginazione della vita ulteriore (è il caso – a ricordarsene – di Farinata e degli atei Epicurei), il perfezionamento del contrapasso dopo il giudizio finale umilia quell’immagine, ribaltandola. Nell’uccidersi, nel perpetrare l’omicidio esoso che premedita anche l’altro versante della morte, essi si sono figurati di fuggir dispregio, lasciando al compianto e al rimorso dei sopravvissuti nient’altro di sé che il cadavere di una vittima. Dante dice che l’eterno dispregio di Dio destina a sopravvivere per sempre nel bosco del settimo cerchio la loro anima spietata, stecchita e degradata a patibolo di quel povero corpo innocente.
La scissione, la doppiezza stentorea del gesto suicida durerà nei secoli dei secoli. L’io assassino presenzierà in perpetuo al dondolìo del sé assassinato. Dunque nella Commedia la deprecazione morale del Suicidio parrebbe inappellabile. Senonché, nella Commedia, Pier de la Vigna non è l’unico suicida: ce n’è un altro, ma non sta all’inferno... Anzi... e, in certo senso, proprio perché suicida.
È Catone Uticense, in cui Dante si imbatte sulla spiaggia del monte Purgatorio: severissimo e di pessimo umore. Non c’è bisogno di ricordare come, in capo a un’esistenza prodigata nella difesa delle libertà repubblicane e dell’oligarchia costituita, alla notizia della disfatta dell’armata anticesariana, consumatasi a Tapso, Catone si uccida, appunto, in Utica, sbudellandosi sul letto. Non è fuori luogo domandarsi come mai Dante lo esoneri dalla disperazione dei limbicoli (inflitta ai magnanimi gentili), anzi gli affidi la guardianìa della montagna della Purgazione, destinandolo alla gloria eterna (chi sta in purgatorio è destinato alla beatitudine...): lui, un senza-battesimo, per giunta suicida.
A volo d’uccello. Nel Convivio, Catone figura in primissimo rango fra i cittadini romani che, «non sanza alcuna luce de la divina bontade, aggiunta sopra la loro buona natura», furono manifestamente «eccellentissimi strumenti della divina provedenza»; nella minuziosa decifrazione della parabola biografica di sua moglie Marzia – che lo sposa vergine, gli dà figli, vien poi ceduta a Quinto Ortensio cui dà figli ulteriori, resta vedova, supplica Catone di riprendersela, lo ottiene – il Dante trattatista equìpara per allegoria il ritorno a Catone al ritorno a Dio, e si domanda: «quale uomo terreno più degno fu di significare Iddio, che Catone?». Nel II della Monarchia, assume ad esempio di «vera libertà » l’«inenarrabile sacrificio» del vecchio senatore repubblicano. Nell’Epistola a Cangrande, ecc.
Ora, non è un mistero che fonte preponderante del Catone dantesco è la Farsaglia di Lucano. Non starò certo ad antologizzare le centinaia di versi che profilano il grande vecchio come eroe carismatico della funesta epopea. Basti spillare due tre sue espressioni-chiave: quando si dice letteralmente «improntato» alla divinità e «imbevuto di spirito divino» («nil facimus non sponte Dei»: «niente - parole sue - facciamo, se non su iniziativa di Dio»); quando manifesta la consapevolezza di testimoniare, nell’atto di morire «a compianto del dolore e ad espiazione dei delitti del genere umano», che l’uomo merita «qualcosa di più della vita»; infine, quando sillaba un incredibile esametro come questo: «scire mori sors prima viris, sed proxima cogi» (parafraso l’intraducibile: «saper morire [ma anche: sapere di morire] è la prerogativa prima, il primo bene che l’uomo ha in sorte: il secondo, è esservi costretto»).
Dal regno dei morti Dante-pellegrino è appena transitato al regno dei giusti, che sono rinati nell’atto di morire. E quell’atto inenarrabile, consumato nella tragica autonomia d’una solitudine totale, sarà commemorato dalle anime del purgatorio finché vita eterna non le assuma. Paradossale ma giusto, che ad averle in tutela e custodia sia l’ombra d’un senatore libertario e anticesariano... proprio perché nel massacrarsi con la propria spada, quell’uno, scegliendo l’inevitabile, si è arreso per sempre alla libertà.
Buonsenso vuole che la libertà cui Catone s’immola col suicidio per sottrarsi alla vista del despota trionfante e all’onta di subirne la clemenza, ha carattere strettamente politico, ed è perciò tutt’altra dalla libertà del cristiano che non teme il martirio e, all’occorrenza, lo sceglie, per abnegazione di fede. Opinione confortata, fra l’altro, dall’intransigenza di Agostino e di Tommaso, che nel gesto suicida di Catone leggono l’imperdonabile fragilità dell’alterigia. Ma se, tentando di rintracciare i pensieri di Dante nelle sue parole e nei testi latini che sapeva a memoria (la Farsaglia ma anche, e forse più, i dialoghi di "Seneca morale"), ci domandiamo perché mai nessun uomo più di Catone «degno fu di significare Iddio», forse dobbiamo rassegnarci a questa stupefacente, rischiosissima risposta: perché, suicidandosi «sponte Dei» (su iniziativa di Dio), Catone prefigura l’atto del Dio che consente in Cristo alla propria morte, del Dio che, per restituire agli uomini quella libertà che scavalca e mortifica la morte, si suicida in suo figlio...
Forse è proprio così: il Catone di Dante è il punto d’intersezione fra l’etica stoica e l’imitazione di Cristo: è la più perfetta «figura di Cristo» estratta dal canone degli eroi gentili. (Certo, se Dio non fosse, Cristo non potrebbe essere suo figlio, i conti non tornerebbero e sarebbe un bel guaio: quasi quasi varrebbe la pena di inventarselo. Ho peraltro il sospetto che non si faccia altro). Deprecato irrevocabilmente il suicidio nell’orizzontalità della legge morale, attenendosi agli articoli della teodicea scolastica, Dante - mi pare - non ricusa al suicidio l’eventualità di realizzare l’atto supremo di libertà («libertà va cercando ch’è sì cara / come sa chi per lei vita rifiuta»), nella verticalità della esperienza etica.
Il tema del suicidio è, nella sua minacciosa ambiguità, un elemento portante della struttura teologico-giudiziaria della Commedia. Tutti sappiamo che i Suicidi sono puniti nel II girone del VII cerchio d’inferno, cerchio destinato ai Violenti. Notiamo subito che la collocazione dei Suicidi al secondo grado della sezione dei Violenti, cioè in uno spazio anulare più prossimo a Satana rispetto a quello riservato agli Assassini (dislocati nel I girone), e sottoposti a una pena più atroce, corrisponde all’articolo della teodicea scolastica in forza del quale, avendoci il buon Dio, nel crearci, affidati in primissima istanza a noi stessi (avendoci, insomma, rimessi alla nostra libertà), chi uccide sé consuma colpa più grave di chi uccide l’altro - anche se si toglie la possibilità della recidiva...
Dante sembra dunque attenersi, in materia di suicidio, ai capitolati di Tommaso d’Aquino. Ricorderete tutti la pena cui sono sottoposte le anime dei Suicidi: tramutate in cespugli, crescono di dimensioni e di legnosità a misura che le Arpie, mitologici piantoni del girone, spezzandone i rametti, li fanno sanguinare: condizione indispensabile al loro sviluppo e al loro uso di parola: queste anime dannate, infatti, indimenticabilmente “parlano sangue”. Dante è perfettamente atterrito.
E' molto noto che prototipo dei Suicidi è Pier de la Vigna, e che è lui a intrattenere Dante e Virgilio, lusingato dall’attenzione che gli prestano (dopo avergli, ovviamente, spezzato un rametto per consentirgli di parlare). Di questo Pier de la Vigna basterà ricordare come, cancelliere e protonotaio di Federico II di Svevia, predilettissimo dall’imperatore, fosse nel 1249 imputato di tradimento, incarcerato e accecato con un ferro rovente: e come, indignato, si fracassasse la testa picchiandola contro la parete della cella. Famosissima, la terzina in cui Pier della Vigna ragiona il suicidio con magistrale tortuosità:
L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.
Che qui e in tutto il discorso di Piero echeggi il repertorio di artifici retorici che impreziosì la prosa epistolare del cancelliere, è poco ma sicuro. Forse però nell’estrema perizia elocutoria della terzina, come peraltro in tutto il canto che le ruota attorno, oltre a dipanarsi un’esercitazione di mimesi stilistico-allegorica, si addipana – ed è questo che emoziona di più – l’inestricabile sofisma morale del suicidio: di un omicidio, cioè, che il colpevole pretende di legittimare nell’atto di compierlo, rinfacciandolo all’iniquità del mondo. Che poi – a giudizio di Dante – l’innocenza di Piero davanti agli uomini non attenua, anzi aggrava la sua colpa davanti a Dio, perché uccidendosi ha ucciso un innocente.
Naturalmente la pena dei Suicidi – il cui valore di contrapasso richiederebbe qualche ora – richiama numerosissimi precedenti classici: il III libro dell’Eneide, citato dallo stesso Virgilio, e una irrefrenabile serie di episodi delle Metamorfosi di Ovidio. Ma tutte le belle favole e immagini convogliate dalla fede consolatoria degli antichi nella ciclica rigenerazione del mondo naturale, appaiono nel bosco d’inferno rattrappite e sfigurate da una degradazione artritica senza remissione e senza ritorno.
Sul finire del canto (che è il XIII dell’Inferno) Pier de la Vigna espone il destino che aspetta le anime dei Suicidi quando avranno recuperato il proprio corpo nel giorno del Giudizio:
Come l’altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusta aver ciò ch’om si toglie.
Qui le strascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta.
Ecco: per i Suicidi, come per tutti i peccatori la cui colpa include l’immaginazione della vita ulteriore (è il caso – a ricordarsene – di Farinata e degli atei Epicurei), il perfezionamento del contrapasso dopo il giudizio finale umilia quell’immagine, ribaltandola. Nell’uccidersi, nel perpetrare l’omicidio esoso che premedita anche l’altro versante della morte, essi si sono figurati di fuggir dispregio, lasciando al compianto e al rimorso dei sopravvissuti nient’altro di sé che il cadavere di una vittima. Dante dice che l’eterno dispregio di Dio destina a sopravvivere per sempre nel bosco del settimo cerchio la loro anima spietata, stecchita e degradata a patibolo di quel povero corpo innocente.
La scissione, la doppiezza stentorea del gesto suicida durerà nei secoli dei secoli. L’io assassino presenzierà in perpetuo al dondolìo del sé assassinato. Dunque nella Commedia la deprecazione morale del Suicidio parrebbe inappellabile. Senonché, nella Commedia, Pier de la Vigna non è l’unico suicida: ce n’è un altro, ma non sta all’inferno... Anzi... e, in certo senso, proprio perché suicida.
È Catone Uticense, in cui Dante si imbatte sulla spiaggia del monte Purgatorio: severissimo e di pessimo umore. Non c’è bisogno di ricordare come, in capo a un’esistenza prodigata nella difesa delle libertà repubblicane e dell’oligarchia costituita, alla notizia della disfatta dell’armata anticesariana, consumatasi a Tapso, Catone si uccida, appunto, in Utica, sbudellandosi sul letto. Non è fuori luogo domandarsi come mai Dante lo esoneri dalla disperazione dei limbicoli (inflitta ai magnanimi gentili), anzi gli affidi la guardianìa della montagna della Purgazione, destinandolo alla gloria eterna (chi sta in purgatorio è destinato alla beatitudine...): lui, un senza-battesimo, per giunta suicida.
A volo d’uccello. Nel Convivio, Catone figura in primissimo rango fra i cittadini romani che, «non sanza alcuna luce de la divina bontade, aggiunta sopra la loro buona natura», furono manifestamente «eccellentissimi strumenti della divina provedenza»; nella minuziosa decifrazione della parabola biografica di sua moglie Marzia – che lo sposa vergine, gli dà figli, vien poi ceduta a Quinto Ortensio cui dà figli ulteriori, resta vedova, supplica Catone di riprendersela, lo ottiene – il Dante trattatista equìpara per allegoria il ritorno a Catone al ritorno a Dio, e si domanda: «quale uomo terreno più degno fu di significare Iddio, che Catone?». Nel II della Monarchia, assume ad esempio di «vera libertà » l’«inenarrabile sacrificio» del vecchio senatore repubblicano. Nell’Epistola a Cangrande, ecc.
Ora, non è un mistero che fonte preponderante del Catone dantesco è la Farsaglia di Lucano. Non starò certo ad antologizzare le centinaia di versi che profilano il grande vecchio come eroe carismatico della funesta epopea. Basti spillare due tre sue espressioni-chiave: quando si dice letteralmente «improntato» alla divinità e «imbevuto di spirito divino» («nil facimus non sponte Dei»: «niente - parole sue - facciamo, se non su iniziativa di Dio»); quando manifesta la consapevolezza di testimoniare, nell’atto di morire «a compianto del dolore e ad espiazione dei delitti del genere umano», che l’uomo merita «qualcosa di più della vita»; infine, quando sillaba un incredibile esametro come questo: «scire mori sors prima viris, sed proxima cogi» (parafraso l’intraducibile: «saper morire [ma anche: sapere di morire] è la prerogativa prima, il primo bene che l’uomo ha in sorte: il secondo, è esservi costretto»).
Dal regno dei morti Dante-pellegrino è appena transitato al regno dei giusti, che sono rinati nell’atto di morire. E quell’atto inenarrabile, consumato nella tragica autonomia d’una solitudine totale, sarà commemorato dalle anime del purgatorio finché vita eterna non le assuma. Paradossale ma giusto, che ad averle in tutela e custodia sia l’ombra d’un senatore libertario e anticesariano... proprio perché nel massacrarsi con la propria spada, quell’uno, scegliendo l’inevitabile, si è arreso per sempre alla libertà.
Buonsenso vuole che la libertà cui Catone s’immola col suicidio per sottrarsi alla vista del despota trionfante e all’onta di subirne la clemenza, ha carattere strettamente politico, ed è perciò tutt’altra dalla libertà del cristiano che non teme il martirio e, all’occorrenza, lo sceglie, per abnegazione di fede. Opinione confortata, fra l’altro, dall’intransigenza di Agostino e di Tommaso, che nel gesto suicida di Catone leggono l’imperdonabile fragilità dell’alterigia. Ma se, tentando di rintracciare i pensieri di Dante nelle sue parole e nei testi latini che sapeva a memoria (la Farsaglia ma anche, e forse più, i dialoghi di "Seneca morale"), ci domandiamo perché mai nessun uomo più di Catone «degno fu di significare Iddio», forse dobbiamo rassegnarci a questa stupefacente, rischiosissima risposta: perché, suicidandosi «sponte Dei» (su iniziativa di Dio), Catone prefigura l’atto del Dio che consente in Cristo alla propria morte, del Dio che, per restituire agli uomini quella libertà che scavalca e mortifica la morte, si suicida in suo figlio...
Forse è proprio così: il Catone di Dante è il punto d’intersezione fra l’etica stoica e l’imitazione di Cristo: è la più perfetta «figura di Cristo» estratta dal canone degli eroi gentili. (Certo, se Dio non fosse, Cristo non potrebbe essere suo figlio, i conti non tornerebbero e sarebbe un bel guaio: quasi quasi varrebbe la pena di inventarselo. Ho peraltro il sospetto che non si faccia altro). Deprecato irrevocabilmente il suicidio nell’orizzontalità della legge morale, attenendosi agli articoli della teodicea scolastica, Dante - mi pare - non ricusa al suicidio l’eventualità di realizzare l’atto supremo di libertà («libertà va cercando ch’è sì cara / come sa chi per lei vita rifiuta»), nella verticalità della esperienza etica.
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